Per decenni, la psicologia ci ha abituati a dividerci in due squadre: o sei introverso (guardi dentro) o sei estroverso (guardi fuori). Ma la psiche umana è decisamente più sfumata di un interruttore on/off. Recentemente, grazie al lavoro dello psichiatra Rami Kaminski, abbiamo iniziato a dare un nome a quella “terza via” che molti percorrono senza saperlo: l’otroversione. Essere un otroverso (dallo spagnolo otro, altro, e vert, direzione) non significa essere a metà strada. Significa guardare in un’altra direzione. Significa possedere il “dono di non appartenere”. Se l’introverso cerca rifugio in se stesso e l’estroverso cerca energia negli altri, l’otroverso osserva il mondo sociale con empatia e curiosità, ma senza il minimo impulso a fondersi con il gruppo. In questo articolo, faremo un viaggio psicologico attraverso le fasi della vita di un otroverso. Se hai sempre sospettato di marciare al ritmo di una musica che solo tu senti, potresti finalmente trovare le parole per descrivere la tua melodia. L’Infanzia: il piccolo osservatore incompreso La vita di un otroverso inizia spesso con una serie di piccoli misteri interiori. I bambini otroversi non sono necessariamente solitari o chiusi. Al contrario, possono essere vivaci, creativi e persino popolari. Tuttavia, fin dai primi anni, avvertono una discrepanza tra il loro comportamento esteriore e il loro vissuto interiore. Mentre i coetanei sembrano trovare un conforto naturale nel fare le cose “tutti insieme” – che sia giocare a calcio, unirsi a un club o vestirsi allo stesso modo – il bambino otroverso osserva queste dinamiche di branco con perplessità. Non capisce l’istinto gregario. Perché dovremmo fare tutti la stessa cosa nello stesso momento? La trappola della “normalità” apparente Il problema, paradossalmente, è che l’otroverso è spesso neurotipico e socialmente abile. Non ha deficit cognitivi o difficoltà relazionali evidenti. Questo rende la sua sofferenza invisibile. I genitori e gli insegnanti vedono un bambino che gioca e interagisce, e presumono che sia “parte del gruppo”. Ma dentro, quel bambino sta lavorando duramente per decodificare regole sociali che agli altri vengono naturali. Kaminski descrive questo stato come quello di un “eterno estraneo”. Il bambino otroverso impara presto a imitare. Diventa un maestro dell’adattamento, un camaleonte che apprende i codici sociali per sopravvivere, non per istinto di appartenenza. È qui che nasce il primo seme di quella fatica esistenziale che spesso accompagna l’otroversione: lo sforzo costante di tradurre se stessi in una lingua che non è la propria madrelingua. Il banco di prova scolastico: la tirannia del gruppo Se l’infanzia è confusa, l’adolescenza e gli anni della scuola possono trasformarsi in un vero e proprio percorso a ostacoli. La scuola è, per definizione, un’istituzione comunitaria. È progettata per i “joiners”, per coloro che amano unirsi. Squadre sportive, feste scolastiche, gite di classe, lavori di gruppo: ogni aspetto del sistema educativo premia la conformità e la partecipazione collettiva. Per un adolescente otroverso, questo è il momento in cui la pressione del “fitting in” (adattarsi) diventa schiacciante. È un periodo critico perché il desiderio di essere accettati si scontra violentemente con l’incapacità strutturale di sentirsi parte di qualcosa. Così da un lato l’appaprtenenza e il grado di socializzazione sono spesso un parametro utilizzato per valutare bambini e ragazzi a scuola, ma dall’altro il senso di non appartenere diventa una fonte di sofferenza e frustrazione per alcuni di loro, emozioni che spesso non vengono intercettate. Il ribelle mite A scuola emerge spesso quella figura che potremmo definire il “ribelle mite”. L’adolescente otroverso raramente è un piantagrane. Non cerca lo scontro aperto; odia il conflitto. La sua ribellione è silenziosa, interiore. Magari partecipa alla festa, ma passa la serata in cucina a parlare con una sola persona, ignorando la stanza dove c’è più movimento. Oppure eccelle nelle materie scolastiche ma rifiuta categoricamente di partecipare allo spirito o all’identità della sua scuola, o alle assemblee. Il dolore, in questa fase, deriva dalla percezione di essere “sbagliati”. Vedendo che gli altri traggono gioia dall’appartenenza al gruppo, l’adolescente otroverso si chiede: “Cosa c’è che non va in me? Perché non mi diverto?”. Spesso finiscono per fingere entusiasmo, indossando una maschera di “pseudo-estroversione” che, alla fine della giornata, li lascia svuotati ed esausti. È una recita necessaria per non essere etichettati come strani, ma il prezzo da pagare è un senso di profonda solitudine, anche quando si è circondati da amici. L’Età Adulta: la riconquista della libertà Fortunatamente, la vita non è un liceo perenne. L’ingresso nell’età adulta rappresenta spesso il punto di svolta, la luce in fondo al tunnel per chi possiede una personalità otroversa. È il momento in cui le regole del gioco cambiano e, per la prima volta, si ha il potere di scegliere a quale gioco giocare. Usciti dalla sfida dell’adolescenza, gli otroversi iniziano a capire che non sono obbligati a seguire il gregge. La maturità porta con sé la consapevolezza che si può scegliere come spendere il proprio tempo libero, chi frequentare e, soprattutto, chi non frequentare. La scelta consapevole L’adulto otroverso inizia a “chiamarsi fuori”. Smette di accettare inviti per obbligo sociale. Impara l’arte sottile di dire di no a matrimoni di cugini lontani, cene aziendali non obbligatorie o rimpatriate scolastiche. E scopre una verità fondamentale: il mondo non crolla se non partecipi a iniziative di questo tipo. In questa fase, la solitudine rispetto a queste situazioni di gruppo smette di essere subita e inizia ad essere scelta e apprezzata. Con il tempo, l’otroverso adulto impara l’importanza di stabilire confini sani, sia fisici che emotivi. Questi confini diventano strumenti essenziali per proteggere il proprio spazio interiore e garantire che le energie siano dedicate a ciò che realmente conta. Coltivare relazioni significative e ridurre le interazioni superflue porta a un miglioramento della qualità della vita e a una maggiore consapevolezza di sé. Relazioni: la profondità dell’uno-a-uno Esiste un falso mito secondo cui chi non ama i gruppi non ama le persone. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità nel caso degli otroversi. Anzi, spesso sono partner, amici e genitori eccezionali. La differenza sta nella modalità di connessione. L’otroverso è un “solista”, non